martedì 13 dicembre 2011

Gandolfo Rubicone

Ovvero come un Oste restituì il sorriso alla Sovrana


1.

Una folla di persone giunse al castello. Non era un castello particolarmente grande.

In confronto gli altri castelli erano delle maestose fortezze, si ergevano fieri e sventolavano bandiere dai colori sgargianti.

Il castello era piccolo, aveva un discreto ponte levatoio e dalla sommità sventolava un unica bandiera, sbiadita e sbrindellata.

In effetti il sovrano non amava il potere, e negli ultimi tempi aveva riposto la corona in una stanza e ne aveva gettato le chiavi nelle segrete.Troppo spesso aveva sentito di non essere all'altezza del suo ruolo.

Girava per le stanze buie e fredde della sua magione, un tempo pieno di luci e risate.

Si chiedeva perchè la gioia non abitasse più quel luogo.

Eppure aveva un animo buono, aveva dato tutto ciò di cui il suo piccolo popolo aveva bisogno.

Possedeva ricchezze, terreni e il cuoco più bravo del regno cucinava per lui manicaretti ogni giorno diversi.

I suoi terreni erano rigogliosi, il suo cibo abbondante, i suoi puledri venivano dai pascoli del sud.

Gli uccelli cantavano a qualsiasi ora, e i bambini del villaggio crescevano sani.

Anno dopo anno, il tempo passava veloce come il vento.

Quei bambini che un giorno correvano nei prati diventavano grandi e lavoravano i campi.

Era amata dai suoi sudditi ed i suoi servitori le stavano accanto come una famiglia.

Ma l'umore era instabile, e da un pò di tempo quelli che sembravano solamente degli attimi di languida nostalgia erano diventati la quotidianità.

2.

Il Popolo, raccolto intorno al piccolo castello, si interrogava sui motivi che avevano spinto la Regina a chiamarli tutti al suo cospetto. I più giovani mormoravano tra sè.

-Dicono che la Regina sia invecchiata senza aver visto mai la luce del sole-

- Narrano che al suo orecchio non sia mai giunto il suono del mare-

- E che il suo cuore batta in una teca di cristallo, vicino alla sua corona-

Il ponte levatoio si abbassò, e ltutti si radunarono all'interno del cortile.

Il ciambellano apparve, e immediatamente le due grandi porte rivestite di ottone si richiusero con un tonfo sordo.

La vostra Regina s'è espressa.

Giunga a me il cavaliere che possa offrirmi l'unica cosa che mi fu rubata, e lo ricoprirò di ricchezze. Avrà il cavallo più veloce del sud, i terreni più rigogliose del nord, e il tramonto non incontrerà mai il suo viso.

3.

Così l'affannosa ricerca ebbe inizio.

I cavalieri più bardati delle terre d'oriente arrivarono a groppa d' elefante,

i mistici dell'ovest volarono fin sopra la magione con i loro maestosi albatros e fin da minuscolandia arrivarono nani e hobbit, portando con se le più grandi speranze che ogni regina potesse desiderare.

Si radunarono davanti al trono. La regina, vestita d' un manto verde, osservava i gentiluomini radunati al suo cospetto.

Uno dopo l'altro, furono aperti i bauli e ne uscirono fuori le più grandi speranze in formato portatile.

Akab Sahid portava con se il calore del deserto e la dissetante polpa di mille datteri dorati.

Sir. Jacob portava l'odore acre del pino silvestre canadese, e la neve più candida che avesse mai toccato la sua terra.

Fedor portava i più grandi Samovar di Russia e lo sfarzo del palazzo dello Zar Nicola secondo.

Gli elfi aprirono i loro scrigni ricolmi di ogni bellezza della natura, e offrirono alla sovrana le loro chiome bionde legate in lunghe trecce profumate.

I nani le offrirono l'odore acre di terra, la forza del loro lavoro.

Gli hobbit le aprirono scrigni ricolmi d'oro e di pietre preziose che portavano il colore dei suoi occhi.

Ma la regina portava negli occhi una tristezza millenaria, e neppure un sorriso o un lampo di felicità attraverso' il suo volto languido ed imperturbato.

4.

Dopo aver accolto alla sua corte ogni tipo di ricchezza, si ritirò nella torre più alta. E da lì osservò la sua terra.

Sotto un albero, legato ad esso riposava quieto un ciuco.

Incuriosita dall'aspetto malandato del povero animale, la regina fece caso anche ad uno strano baule che giaceva sul prato. Non ricordava di averlo visto, quel pomeriggio. Dal baule spuntavano un paio di gambe che si dimenavano per aria.

-Oibò- pensò la Regina -ma perchè codesto se ne sta con la testa dal lato sbagliato?-

Uno strano individuo ne emerse fuori, e toltosi un buffo cappello nero a tesa larga, si sprofondò in un lungo inchino.

- Salve, mia regina, discretamente mi presento al suo cospetto,

amo il vino ed il salame,

non mi piaccion le gran dame,

alla pipa sono avezzo, l' osteria è il mio reame.

Sono Gandolfo Rubicone, le mie guancie portano il colore dell' amarone.

I capelli porto intrecciati, baffa e barba mai tagliati.

Ohibò. giungo qui dal vicino paese di Valdone, con il mio ciuco attraversai la regione e giunsi alla sua magione. -

Fu così che Gandolfo Rubicone tirò fuori un cerchio di ferro e si mise a trafficare con delle bottiglie di vetro nel suo baule.

-Ecco a voi, o mia regina, la mia più grande invenzione. Le bolle di sapone al sapor di vin brulè.

Chiodi di garofano e spezie d'oriente di prima qualità.

E poi ho questo panino al salame, se le sovviene un pò di fame.

Fu così che la regina, riscoperta la sua più grande gioia, scese lesta nel giardino e ben presto si tuffò a capofitto sul salame nel panino.

Una bolla di vin brulè li avvolse tutti e tre.

E la storia finisce con tanti sorrisi e le guance della regina che acquistano il colorito di un bardolino della migliore annata.

Perchè è bella una regina felice. Bastava un panino e un pò di vino.





A G...andolfo.

1 commento:

q ha detto...

ciao:D le bolle di brulè!!!!